La questione diventa molto più sottile quando si passa dalla categoria differenziale a quella topologica. Chiaramente, \mathbb{R} non è omeomorfo a \mathbb{R}^n se n>1, per il semplice fatto che un punto sconnette \mathbb{R} ma non \mathbb{R}^n; ma cosa si può dire nel caso generale?
Non si può sperare di adattare l'argomento precedente utilizzando sottospazi lineari di dimensione maggiore di zero. Infatti, è senz'altro vero (ad esempio) che una retta sconnette \mathbb{R}^2 ma non \mathbb{R}^n con n>2; tuttavia, l'immagine di una retta tramite un'applicazione di classe C^0 ma non C^1 può essere un oggetto ben diverso da una retta, addirittura una curva di tipo Peano che riempie tutto lo spazio. Di fatto, la presenza di tali applicazioni continue "patologiche" è l'ostacolo essenziale ad una trattazione "elementare" del problema.
La questione venne risolta dal matematico olandese L.E.J. Brouwer, che, nel 1912, pubblicò [1] la prima dimostrazione completa di quello è oggi conosciuto come
Teorema di invarianza del dominio. Gli spazi topologici \mathbb{R}^m e \mathbb{R}^n sono omeomorfi se e solo se m=n.La dimostrazione di Brouwer fa uso del teorema di punto fisso che oggi porta il suo nome; invece, nei moderni libri di testo (vedi ad esempio [2, Theorem 2.26]), si trova in genere la seguente dimostrazione che fa uso dell'omologia singolare.
Dimostrazione. Se \mathbb{R}^m e \mathbb{R}^n sono omeomorfi, allora lo stesso vale per gli spazi \mathbb{R}^m meno un punto e \mathbb{R}^n meno un punto, che si retraggono rispettivamente su S^{m-1} e S^{n-1}. Siccome la sfera S^k ha omologia non banale solo in gradi 0 e k, e i gruppi di omologia sono invarianti omotopici, segue m-1=n-1, cioè m=n.Si possono dare dimostrazioni analoghe usando invarianti topologici, diversi dall'omologia, che distinguano sfere di dimensioni differenti: ad esempio la coomologia (il cui comportamento sulle sfere, via dualità di Poincaré, è analogo a quello dell'omologia) o i gruppi di omotopia superiore (per i quali \pi_i(S^k)=0 se i <k, mentre \pi_k(S^k)=\mathbb{Z}).\square
A volte, in letteratura, con Teorema di Invarianza del Dominio si indica il seguente risultato, da cui quello enunciato sopra scaturisce come semplice conseguenza (vedi [3]):
Teorema. Se U è un aperto non vuoto di \mathbb{R}^n e f \colon U \to \mathbb{R}^n è una mappa continua e iniettiva, allora V=f(U) è aperto e la restrizione f \colon U \to V è un omeomorfismo.Dal punto di vista storico, questa è la versione da cui il risultato prende il suo nome, dato che, classicamente, il termine "dominio" indicava un aperto connesso di \mathbb{R}^n. Una dimostrazione, basata su tecniche omologiche standard, può essere trovata in [2, Theorem 2B.3].
Riferimenti:
[1] L. E. J. Brouwer: Beweis der Invarianz des n-dimensionalen Gebiets, Mathematische Annalen 71 (1912), p. 305–315; vedi anche Mathematische Annalen 72 (1912), p. 55–56.
[2] A. Hatcher: Algebraic Topology, Cambridge University Press (2009).
[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Invariance_of_domain
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